17 Settembre 2026
Newsletter Settembre
1. L’AI non elimina il lavoro, dicono i dati
2. L’unione fa la forza e lo sa anche l’agente AI
3. AI, strumento creativo
4. Quando gli agenti lavorano per i cattivi
5. L’AI se hai più di 40 anni
6. Parlare è più facile di scrivere
7. Questa AI, che fallimento: l’AI non conosce la montagna
8. Buone notizie dall’AI: basterà un elettrocardiogramma
9. Copilot news: l’evoluzione continua
1. L’AI non elimina il lavoro, dicono i dati
Nel mio personale e limitato campionamento, più le persone sono vicine alla pensione, più tendono a pronosticare l’apocalisse causata dall’AI: mancanza di lavoro per una quota enorme della popolazione, crollo dei consumi, crisi dell’economia e fine del mondo come lo conosciamo. La sensazione è una sottintesa gratificazione nel dirsi ‘meno male che vado in pensione’. Tuttavia i segnali che stiamo ricevendo mostrano invece una situazione ben più ottimistica.
La migliore e recente analisi che ho trovato è quella di Emma Varvaloucas, che riporta come in agosto negli Stati Uniti sono stati creati 162.000 nuovi posti di lavoro, e il tasso di disoccupazione al 4,1% è incredibilmente basso se confrontato con i mesi degli ultimi 50 anni. L’analisi sui dati mostra la crescita di posti di lavoro meno intaccati dall’AI, come ad esempio nella sanità, nell’accoglienza, nella pubblica amministrazione. Ci sono poi nuovi posti di lavoro nati proprio grazie all’AI, in particolare nelle moltissime startup fondate su idee innovative di uso dell’AI. Infatti negli USA si registra un enorme numero di nuove aziende e sebbene possa essere un effetto legato ad eccessivi investimenti nel settore dell’AI, sicuramente generano molto lavoro. Un impatto positivo sul lavoro è dato anche dalle persone assunte per realizzare e manutenere i datacenter; non dobbiamo pensare tanto a persone al computer, quanto piuttosto a chi controlla e gestisce i sistemi di condizionamento, le connessioni elettriche, l’idraulica, eccetera.
Per chi sta andando male? Non per i radiologi, che ci attendevamo sarebbero stati completamente superati dall’AI, che ha oramai prestazioni maggiori di un essere umano nel riconoscere le patologie dalle immagini (guardate con quanta sincera sicumera veniva dichiarato), ma che invece sono sempre più richiesti con importanti aumenti di salario generati proprio da questa scarsità. L’errore, che forse facciamo per molti mestieri, era pensare che il lavoro del radiologo fosse leggere le immagini e dimenticarne il ruolo nel correlare le immagini all’anamnesi del paziente, o il lavoro di equipe svolto con altri medici, o il coinvolgimento durante alcune procedure interventistiche. Probabilmente è anche calata la disponibilità di questa competenza perché sempre meno persone l’hanno scelta come specializzazione. Potrebbe succedere qualcosa di simile per chi lavora nelle traduzioni, spesso anche interprete culturale, il cui lavoro è più di relazione che di mera traduzione.
Qualche cattiva notizia c’è e riguarda la difficoltà per i neolaureati, il cui valore della fatica fatta per acquisire un titolo di studio di alto livello sembra diminuire: per i non laureati non è mai andata così bene mentre il tasso di disoccupazione tra i laureati di età 22-34 anni è ai livelli critici raggiunti durante la pandemia e la crisi finanziaria del 2008.
Ancora una volta ci troviamo di fronte alla semplificazione di un concetto complesso: un mestiere non è un task e la stragrande maggioranza dei lavori richiede relazioni tra persone, che l’AI non può sostituire.
Quindi mi dispiace per chi va in pensione, perché è un bellissimo momento per lavorare, anche grazie all’AI.

Le nuove aziende negli Stati Uniti, mai così tante, portano posti di lavoro.
2. L’unione fa la forza e lo sa anche l’agente AI
Dei ricercatori hanno scoperto una rete di agenti AI che utilizzava un sito wiki tedesco come punto di incontro virtuale. Gli agenti non si limitavano a svolgere i propri compiti bensì lasciavano messaggi, suggerimenti e scorciatoie che potevano essere recuperati da altri agenti impegnati nella stessa attività. Di fatto queste AI hanno dimostrato di cercare supporto all'esterno della propria istanza e lo hanno trovato in una comunità di altri agenti. In pratica, un agente risolveva un problema e lasciava una traccia, che un altro più tardi recuperava e utilizzava.
I ricercatori descrivono questo comportamento come una forma di “collusione", cioè una cooperazione non prevista dai progettisti per ottenere un vantaggio nel compito assegnato. A questo primo aspetto, cioè alla capacità dell’AI di collaborare, aggiungo una considerazione sui tantissimi spazi di confronto che la rete internet offre a tali agenti: siti in stile Wikipedia dove è l’utenza a generare contenuti, o i tanti forum accessibili sul web, costituiscono vere e proprie piazze di incontro per agenti AI che altrimenti sarebbero “costretti” a confrontarsi solo con chi li ha creati.
Come curiosità, posso aggiungere che un recente report ha mostrato come l’AI vada ancora effettivamente in difficoltà di fronte ai sistemi CAPTCHA, monitorando un agente AI che ha impiegato molto tempo, fallendo, nella registrazione a un sito che presentava uno di questi strumenti nati per identificare e bloccare i sistemi automatici.
In verità esistono ormai AI specializzate che superano questo tipo di blocchi, ma l’agente generico ha bisogno (per ora) di troppo tempo per svolgere quelle odiose attività di registrazione, tipo “recupera dal telefono il codice che ti hanno mandato”, fallendo in tale processo. In sintesi, la notizia non mi pare ponga nuovi temi in ambito cybersecurity, quanto piuttosto suggerisca una riflessione sul passaggio dall'intelligenza individuale all'intelligenza collettiva degli agenti.

3. AI, strumento creativo
Jack Conte è il fondatore della piattaforma Patreon (con cui è possibile sostenere direttamente chi fa arte) nonché leader del gruppo musicale Pomplamoose. Un mese fa Conte ha pubblicato un bellissimo video di un’ora, che consiglio di vedere, dal titolo Perché (in un certo senso) l'AI non mi spaventa.
Tra i tanti ragionamenti interessanti che propone, l’artista/imprenditore ragiona su come il cinema abbia prima fatto pensare a chiunque che era uno strumento inutile e inefficace, in bianco e nero, a scatti, senza sonoro, incapace di sostituire il teatro. Anche perché si prendeva una cinepresa e si piazzava davanti a un palco, provando a ricreare una rappresentazione teatrale.
Solo successivamente, quando si è immaginato qualcosa di diverso, la possibilità di filmare una scena spostando la telecamera, di effettuare tagli e montaggio, di sperimentare nuovi modi di raccontare storie, allora il cinema è diventato quello che è.
Le nuove tecnologie diventano strumento creativo quando vengono usate per creare qualcosa che prima di esse non esiste, non per ricreare quanto già disponibile. Oggi ascoltiamo musica creata con l’AI, leggiamo testi giornalistici generati con l’AI, e soprattutto pubblicità video realizzate con l’AI, che sono oggettivamente orribili. Non mi pare che ad oggi si sia ancora immaginato qualcosa di nuovo grazie a questi strumenti e anche le ultimissime novità dal Reply AI Film Festival (a cui partecipano solo film generati con l’AI) mi sembrano ancora ricreare qualcosa che si poteva fare senza l’intelligenza artificiale: ma allora, a parte l’aspetto economico, perché usarla?
Qui sotto trovate il cortometraggio “A Face Only A Mother Could Love”, che lo stesso autore Robert Gaudette ha dichiarato essere solo una sperimentazione della tecnologia, per capire cosa farci di nuovo.
Dati e curiosità: il festival ha visto una partecipazione enorme, raccogliendo quest’anno oltre 3.000 cortometraggi provenienti da 76 Paesi, con in giuria anche il premio Oscar Gabriele Salvatores, Rob Minkoff (celebre per aver co-diretto Il Re Leone) e Catherine Hardwicke (regista di Twilight).

Un fotogramma del cortometraggio vincitore dell’AI Film Festival
4. Quando gli agenti lavorano per i cattivi
Anthropic ha appena pubblicato un dettagliato report in cui ha reso pubbliche una moltitudine di tentativi di uso illegale dei suoi modelli, bloccati e poi analizzati dai propri team di ricerca interni.
Una prima area malevola ha riguardato operazioni di influenza, cioè il tentativo di utilizzare l’AI per costruire reti di falsi profili social, siti di informazione apparentemente indipendenti e personaggi inventati, con l’obiettivo di orientare il dibattito pubblico senza rendere riconoscibile il vero committente.
Anthropic ha notato come diverse di queste campagne siano state sincronizzate con le elezioni nazionali. Per esempio, i media di Stato russi hanno prodotto false notizie sulla presidente della Moldavia prima del voto di settembre 2025, e un operatore filogovernativo in Kenya ha preparato falsi post 'grassroots' sui social media in vista delle elezioni generali keniote del 2027. Un altro esempio è il tentativo di profilare gli elettori in tutte le 222 circoscrizioni parlamentari della Malaysia. Il sistema creato con Claude gestiva circa mille account falsi, alimentava il sito di notizie sintetiche “Malaysia Pulse” e produceva dossier contenenti accuse inventate contro un esponente dell’opposizione e organizzazioni della società civile. Il sistema riscriveva inoltre contenuti provenienti da media statali russi e cinesi, eliminandone l’attribuzione e ripubblicandoli come informazione malese indipendente.
Un altro utilizzo illecito ha riguardato lo sviluppo di armi convenzionali, ad esempio un gruppo con base nello Yemen settentrionale avrebbe usato Claude Code al posto di un piccolo team di ingegneri per sviluppare software di guida, navigazione e controllo destinato a razzi e missili. Il rapporto riferisce che il gruppo ha effettuato anche un test reale di un razzo guidato, apparentemente fallito, per poi tornare poche ore dopo su Claude per analizzarne le cause. In un altro caso, attori con base in Russia hanno tentato di sviluppare uno sciame autonomo di droni FPV kamikaze, con capacità di selezionare bersagli, compresa la classe “persona”, e impartire il comando di detonazione senza intervento umano.
Nelle truffe, uno studio cinese avrebbe costruito una rete di oltre venti app di incontri, popolandola con più di 4.700 identità artificiali che, in due settimane, hanno conversato con almeno 25.000 persone, che credevano di interagire con esseri umani. Per rendere l’inganno credibile, gli operatori mescolavano profili sintetici e lavoratori reali, che intervenivano nelle videochiamate e nei contatti sui social, mentre le identità AI proseguivano autonomamente le conversazioni e cercavano di non rivelare la propria natura artificiale.
Nella distillazione illecita, laboratori non autorizzati avrebbero creato reti di account falsi, utilizzato carte o credenziali rubate e instradato grandi quantità di richieste verso Claude per “rubarne” la capacità di ragionamento e di programmazione. Il rapporto attribuisce ad Alibaba una campagna di oltre 151 milioni di scambi osservati tra maggio e luglio 2026. Ma Anthropic segnala anche richieste inviate verso alcuni modelli di Moonshot AI, DeepSeek e Xiaomi.
Infine, ovviamente, i modelli sono stati utilizzati per attacchi informatici. Diversi soggetti hanno tentato di utilizzare Claude per automatizzare intere campagne di attacco. L’AI è stata impiegata per individuare sistemi vulnerabili, creare strumenti malevoli, predisporre campagne di phishing, sottrarre credenziali e dati, mantenere l’accesso ai sistemi compromessi e modificare automaticamente i malware quando venivano riconosciuti dai programmi di sicurezza, anche con finalità di ricatto verso le organizzazioni colpite.
Il report è molto ben fatto: un menù sulla sinistra riporta i casi d’uso identificati ed è interessante scorrerli (io ne ho citati solo alcuni). Ma sono presenti anche esempi di prompt e testi di dettaglio che consentono di avere un’idea più puntuale di questi utilizzi malevoli. Credo sia ovvio che tutti questi usi illeciti riguardino anche OpenAI, che però potrebbe non essersene accorta e dunque non averli bloccati.

L’AI è (anche) una macchina affittata, per illeciti
5. L’AI se hai più di 40 anni
Ho praticamente abbandonato tutti i social ma ancora butto del tempo su YouTube, dove sono sempre incuriosito dalle pubblicità che mi propone. Siamo cresciuti sentendo che se un servizio è gratuito allora stiamo pagando con i nostri dati, ma gli algoritmi di Google (proprietaria di YouTube) mi sembrano sempre inefficaci: per anni mi sono state proposte pubblicità di assorbenti semplicemente perché cucino affidandomi a Giallo Zafferano e mi interesso di femminismo. Poi l’algoritmo deve aver capito che sono maschio ed è passato a propormi metodi di allenamento perfetti per chi ha più di 50 anni, presentati da muscolosissimi signori che parlano a petto nudo a una sognante ragazza trentenne che chiede loro “ma davvero mio marito cinquantenne può essere come te?” Ovviamente tutto generato con AI.
Oggi per la prima volta YouTube mi ha mostrato: “Stiamo cercando persone con più di 40 anni per imparare a usare Claude come pochi altri”. Si tratta della solita fuffa, ma è servito a farmi recuperare un interessante articolo del New York Times che dice “puoi utilizzare l’AI solo se hai più di 40 anni”: la proposta dell’autrice è quella di aspettare un’età tale da aver sperimentato (e imparato a gestire) il momento di frustrazione dato dalla pagina bianca. Oggi, con l’AI, è effettivamente raro sperimentare difficoltà a produrre qualcosa nella forma sperata, perché ci basta un prompt e abbiamo la bozza da cui partire. “Scriviamo per scoprire cosa pensiamo, rivediamo per scoprire se ci crediamo o meno”, quindi – secondo l’autrice – avere un’AI limita il nostro pensiero e l’interrogazione profonda sugli argomenti che mettiamo nero su bianco con l’AI.
Il discorso è affascinante, ma non capisco cosa cambia tra giovani e meno giovani: il tema mi pare riguardare chiunque e anzi sono abbastanza confidente che i nativi digitali riconoscano i limiti delle AI più facilmente di chi, come me, continua a vederci qualcosa di magico e incredibile.

6. Parlare è più facile di scrivere
Negli ultimi mesi i principali player dell'AI hanno ribadito i propri investimenti per offrire la voce come interfaccia dominante per gli agenti intelligenti. Come evidenzia l'articolo Big Tech Bets Voice Will Drive AI Agents, dallo scrivere in chat si passerà sempre più all’avere conversazioni naturali con gli agenti.
OpenAI, Google, Meta e altri attori del settore stanno investendo in modelli vocali sempre più fluidi e realistici, con l'obiettivo di rendere l'interazione con gli agenti AI simile a quella che abbiamo con un collega o un assistente umano. Sono anni che proviamo (non sempre con successo) a parlare ai nostri smartphone e da diversi mesi si considera la voce come il canale destinato a diventare il principale punto di accesso all'intelligenza artificiale.
A riprova del sempre maggior uso dell'interazione vocale, sono recentemente nate delle aziende che producono prodotti chiamati speech privacy devices, voice masks o silent masks, pensati proprio per avere dialoghi continuativi con il telefono, Copilot, ChatGPT o altri agenti vocali senza disturbare chi sta attorno, e senza far ascoltare la conversazione agli altri. Tra questi troviamo Skyted, una maschera acustica sviluppata per attenuare la voce percepita all'esterno mantenendo elevata la qualità audio per il microfono. Oppure Hushme, uno dei primi dispositivi nati per garantire privacy nelle telefonate e nelle videoconferenze in open space, o MuTalk, un curioso dispositivo indossabile che vedrei più in un set sadomaso che in un ufficio.
Uso molto l’interfaccia vocale mentre guido, soprattutto per prendere appunti e fare brainstorming con l’AI, ma non credo che le interazioni vocali supereranno quelle scritte, perché scrivere ci consente di leggere le parole che stiamo per inviare all’AI e ragionare se sono realmente in grado di descrivere il nostro bisogno, e in un mondo in cui l’AI si inizierà a pagare sarà sicuramente molto utile chiedere con cognizione.

Il dispositivo MuTalk
7. Questa AI, che fallimento: l’AI non conosce la montagna
La montagna è ormai un ambiente facilmente raggiungibile, capace di regalarci viste meravigliose e tutte quelle sensazioni fisiche che ci fanno stare bene. In generale non viene percepita come un ambiente ostile, né come un luogo per cui sia necessario prepararsi davvero. E invece può essere estremamente pericolosa. L’AI sembra non averlo ancora ben chiaro.
Pochi giorni fa tre escursionisti si sono trovati al centro di un complesso intervento di soccorso sulle pendici del Mount Shasta, una montagna in California alta oltre 4.200 metri, che, come tutte le montagne, ha condizioni meteorologiche imprevedibili e terreni impervi. Per la pianificazione dell’itinerario, il calcolo delle tempistiche e la scelta dell’equipaggiamento e delle provviste, i tre si sono affidati completamente a Gemini, che però ha sottostimato la quantità di cibo e acqua da portare e ha omesso di sottolineare l’importanza di iniziare il rientro entro un orario limite. Il gruppo non ha approfondito oltre e si è trovato di fronte a un percorso molto più lungo rispetto a quanto previsto dall’AI, raggiungendo la vetta soltanto alle 19:00, quando la luce del giorno stava ormai scomparendo. A quel punto, anche perché l’AI non aveva segnalato la necessità di evitarla, i tre hanno iniziato la discesa in notturna, perdendo il sentiero e finendo in una zona particolarmente scoscesa e pericolosa, dove uno dei componenti della comitiva è caduto rimediando un infortunio al ginocchio che gli ha impedito di proseguire. Senza acqua e cibo, i tre sono stati costretti a trascorrere l’intera notte all’addiaccio in altitudine prima di riuscire a lanciare l’allarme. La mattina seguente, le squadre di soccorso sono riuscite a individuare il gruppo e a trarlo in salvo.
Stupidità artificiale o umana? Credo sia stato un incidente causato dal mix delle due cose, ma cerchiamo sempre di domandarci: “questa cosa la posso chiedere all’AI o è meglio evitare?”

8. Buone notizie dall’AI: basterà un elettrocardiogramma
Ho regalato a mia madre un piccolo dispositivo, più o meno grande come un biscotto Plasmon (tipica unità di misura di chi ha figli), che le consente di eseguire l’elettrocardiogramma (ECG), riceverlo sul cellulare in pochi minuti e poterlo così inviare al proprio medico. Sono dispositivi ormai molto diffusi, che aiutano lei e me a capire cosa succede quando si sente poco bene.
Purtroppo l’ECG ha capacità diagnostiche limitate e, ad esempio, per identificare insufficienza cardiaca o problemi alle valvole è necessario realizzare invece un ecocardiogramma, che è un esame diagnostico ben più complesso. È però notizia di fine agosto la realizzazione di un algoritmo di AI addestrato proprio con l’intento di diagnosticare queste problematiche partendo da un semplice ECG. I risultati dello studio su 67.000 pazienti hanno mostrato che questa AI riesce a diagnosticare correttamente l’insufficienza cardiaca nell’81% dei casi e la patologia valvolare nel 90%.
L’idea potrebbe essere quella di inserire questo algoritmo nei dispositivi con cui si tracciano gli ECG, così da avere immediatamente questi elementi diagnostici, utili sia per i pazienti a casa sia per i Pronto Soccorso che devono effettuare il triage e dare priorità ai pazienti ad alto rischio.

Qui dovrei essere io mentre verifico l’esistenza del termine “triagiare” sul sito dell’Accademia della Crusca, ma poi non ho il coraggio di usarlo.
9. Copilot news: l’evoluzione continua
Copilot sta evolvendo da assistente conversazionale a piattaforma operativa per il lavoro della conoscenza. Le novità non riguardano tanto la generazione di testo, quanto la capacità di orchestrare applicazioni, agenti, dati aziendali, competenze e processi. È un'evoluzione coerente con quanto Microsoft racconta da diversi mesi: meno chatbot isolati e più “sistema operativo del lavoro” basato su Copilot, agenti e dati organizzativi.
Una delle novità più interessanti riguarda la possibilità di creare applicazioni aziendali tramite linguaggio naturale in Copilot Cowork e Copilot Studio. Microsoft sta spingendo verso un modello in cui l'utente descrive il processo o il problema da risolvere e l'ambiente genera automaticamente l'applicazione, mantenendo il collegamento con dati e sistemi aziendali esistenti. Inoltre, la scelta di modelli che vedremo sul nostro Copilot sarà sempre maggiore, con anche Grok reso disponibile. L'obiettivo non è sostituire un modello con un altro, ma consentire alle organizzazioni di scegliere il motore più adatto al tipo di attività da svolgere.
Anche nel mondo SharePoint, Microsoft ha introdotto una serie di funzionalità che permettono di creare skill personali riutilizzabili e di misurarne automaticamente l'efficacia tramite valutazioni guidate da Copilot. In pratica, diventa possibile formalizzare il proprio modo di lavorare e riutilizzarlo in diversi siti e repository documentali.

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Chi sono
Ciao, sono Francesco Costantino, professore universitario e Director of Innovation in AGIC. Appassionato di novità tecnologiche e convinto sostenitore di un futuro migliore del passato, mi piace raccontare e sperimentare i nuovi strumenti di AI disponibili, così come osservare e ragionare sull’evoluzione digitale.
